Annuire. Sorridere. Sperare per il meglio

Circa dieci giorni dopo il mio arrivo a Trieste, mi sono ritrovata seduta in bagno, con la testa sulle ginocchia, cercando di non svenire.
Inspirare dal naso. Espirare dalla bocca. Ripetere.
Quando ho dovuto parlare
Mi avevano appena chiesto di organizzare una formazione per i broker.
Detta così sembra una cosa assolutamente normale.
A patto che tu parli la lingua nella quale quella formazione dovrebbe svolgersi.
Il mio italiano, all’epoca, era appena un po’ meglio di quello necessario per ordinare un gelato.
Una persona ragionevole probabilmente avrebbe aspettato. Si sarebbe concessa un po’ di tempo. Avrebbe detto che non era il momento giusto.
Io no.
Seduta su quel water non avevo nemmeno la forza di alzarmi e buttarmi dell’acqua fredda in faccia.
Il trucco era più importante del fatto che fossi a un passo da una crisi di nervi.
Perfezionismo. Ego. Follia.
Chiamatela come volete.
In ogni caso avrete almeno in parte ragione.
Dopo qualche minuto mi sono ricomposta e sono tornata in ufficio.
Avevo un paio di giorni per prepararmi e dovevano bastare.
Il giorno X ero seduta davanti allo schermo insieme a una collega, aspettando il primo gruppo di broker.
Ancora oggi, quando ci penso, non sono sicura di sapere come abbia fatto a iniziare a parlare.
Eppure l’ho fatto.
E in qualche modo l’italiano ha cominciato a uscire da me.
Spezzato. Impacciato. Contorto.
Molto lontano dall’essere corretto.
Ancora oggi a volte mi piace fingere che mi abbiano capita.
Che abbiano davvero capito quello che volevo dire.
Ma oggi lo so.
Erano semplicemente gentili.
E non volevano farmi fare una brutta figura.
Va bene.
Qualcosa sarà comunque arrivato.
Anche una gallina cieca ogni tanto trova un chicco.
Quando pensavo di sapere
Qualche anno dopo mi ritrovo seduta all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Una delle migliori università italiane, con una storia davvero importante.
E che meriterebbe un racconto tutto suo.
Sono lì con i miei colleghi, in attesa del professore, e penso tra me e me quanto sia fortunata.
E adesso l’italiano lo so.
E sarò la migliore della classe.
Poi inizia la lezione su Solvency II.
Per i primi cinque minuti annuisco come se capissi.
Dopo dieci minuti non ne sono più così sicura.
Undici minuti dopo inizio a chiedermi:
ma santo cielo, che lingua è questa?
Alla fine è andata bene.
Ho faticato.
Ho letto.
Ho pianto dalla frustrazione quando, nonostante tutto l’impegno, continuavo a non capire.
Ho implorato mio marito italiano di spiegarmelo.
E poi finivamo regolarmente per discutere.
Perché lui — scrittore e avvocato — iniziava ogni spiegazione partendo praticamente da prima di Cristo.
E io non avevo né il tempo né i nervi per un’introduzione storica.
Alla fine, in qualche modo.
Con molta fatica.
E con la promessa che basta, questa è l’ultima volta.
Ho imparato entrambe le cose.
Anche Solvency II.
Non passa nemmeno un anno.
Spendo gli ultimi soldi che abbiamo per un nuovo master.
Questa volta sarà più facile.
Sarà in inglese.
Pranzo senza Google Translate
Da qualche parte, tra queste due storie, ce n’è un’altra.
Quella di come ho conosciuto i meravigliosi genitori di mio marito.
Mi hanno invitata a pranzo insieme a Enrico.
E io vado.
Vado contenta perché mi hanno invitata.
Vado contenta perché sono abbastanza importante per lui da portarmi a pranzo dai suoi genitori.
Vado davvero contenta.
Ma ragazzi.
Questa non è semplicemente la classica situazione in cui incontri i genitori del tuo fidanzato.
Questa è la situazione in cui incontri i genitori del tuo fidanzato in una lingua straniera.
Che significa livello di stress: massimo professionale.
E al tavolo non c’è Google Translate.
Prima di quel pranzo ci eravamo visti solo una volta, brevemente, dopo un concerto.
E in quell’occasione il mio:
«Buonasera, piacere di conoscervi, io sono Martina»
era andato benissimo.
A quel punto ormai me la cavavo abbastanza bene con la lingua.
E tra qualche malinteso e parecchio stress, alla fine è andata davvero bene.
A dire il vero, uno o due bicchieri di vino hanno contribuito non poco a sciogliermi la lingua.
Ma in qualche modo ci siamo capiti.
Oggi ci vediamo regolarmente e sono davvero, davvero delle persone splendide.
Sua madre sta perfino imparando il croato.
E io?
Io ogni tanto continuo ancora a cercare le parole.
Ma almeno adesso mi siedo a tavola senza panico.
Se anche tu, almeno una volta nella vita, hai annuito facendo finta di aver capito e sperando per il meglio…
puoi restare.
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