Non è fisica nucleare. Finché non stai piangendo su una montagna islandese dentro una Kia

Vengo da un posto dove le figlie, le mogli e le sorelle non viaggiano da sole.
O meglio, lo fanno. Ma molto raramente.Un posto bellissimo dove il controllo viene spiegato come preoccupazione. Dove tua madre ti chiama ancora a trent’anni per chiederti se hai mangiato. E quella stessa madre non riesce nemmeno a immaginare che a trent’anni tu possa andare da sola da qualche parte. Che ne so, a Berlino, senza un motivo valido. Anzi, nemmeno con un motivo valido.
Così, fino ai trent’anni, cercavo sempre di organizzare qualcosa con le amiche, giusto per far vedere un po’ di mondo al mio sedere, come diciamo noi nei Balcani. Purtroppo per i miei genitori, fin da piccola ho avuto un carattere testardo.
“Rđava”, avrebbe detto la mia defunta nonna.
Quando decido una cosa, la faccio. O almeno ci provo.
Così, superati i trent’anni, mi trasferisco a Trieste e ho la sensazione che il mondo si stia finalmente aprendo davanti a me. Poi arriva il Covid e ferma tutto.
Tutto tranne me.
Durante la pandemia inizio a visitare città europee. Londra. Parigi. Budapest. Edimburgo. Ognuna sembrava un film.
Poi ho deciso di alzare il livello
E poi arriva l’Islanda. Vado da sola. Noleggio un’auto e percorro la Ring Road.
Tutto il giro.
E mentre organizzo l’itinerario e penso a cosa vedere, mi chiedo anche come gestire la questione con il mio più grande giudice e protettore:
mia madre.
Madre balcanica.
Di quelle che ti amano più di qualsiasi altra cosa al mondo ma sono anche convinte che il mondo intero stia aspettando l’occasione giusta per ucciderti.
Insomma, come sempre, mentirò. Dirò che vado con delle amiche.
Fine agosto 2022.
Atterro a Keflavík alle dieci di sera. Fuori c’è ancora luce. Vado in ostello a dormire.
Domani ritiro la macchina e si parte.
In quel momento non guidavo seriamente da due o tre anni.
Ogni tanto, quando tornavo a casa.
Onestamente, oggi, ripensandoci, non so nemmeno quanto fossi consapevole di quello che mi aspettava.
Avevo capito qualcosa della natura islandese? Dei vulcani? Dei paesaggi?
Non particolarmente.
Per me era più una questione di:
se l’hanno fatto gli altri, non è mica fisica nucleare.
A pensarci bene, quella frase — non è mica fisica nucleare — mi ha portata in parecchie situazioni discutibili nella vita.
Lascio Reykjavík e parto verso sud.
Fuori c’è un paesaggio irreale.
Niente alberi.
E quando finalmente ne vedi uno, ti viene voglia di fotografarlo come se fosse una rarità naturalistica.
Solo muschio.
Muschio ovunque.
E una strana sensazione che mi accompagna per tutto il viaggio.
La sensazione che posso fare cose che per anni mi sono sentita dire di non poter fare.
Che non posso.
Che è pericoloso.
Che non dovrei.
Che non sta bene.
E invece eccomi lì.
Posso.
Dovrei.
E non è nemmeno così pericoloso.
Ok.
A volte lo è.
Ma niente che un minimo di buon senso non possa gestire.
Poi ho incontrato qualcuno più testardo di me
E poi ci sono le pecore. Non so se siano selvatiche, ma sicuramente sono libere. Vanno dove vogliono. Attraversano la strada come se fosse loro. Una di loro si ferma esattamente in mezzo alla carreggiata. Immobile. Serena. Come se la strada e il tempo le appartenessero.
Lei guarda me.
Io guardo lei.
Giuro che in quel momento non ero sicura di quale delle due si sarebbe mossa per prima.
Alla fine ha ceduto lei.
Paura, libertà e il momento in cui capisci che tua madre aveva sia ragione che torto
Ghiacciai enormi. Scogliere che precipitano nell’Atlantico. Crateri vulcanici. Geyser. Posti in cui la terra sembra ancora viva. Pioggia. Ma non come la nostra. Qualcosa a metà tra pioggia e nebbia. Nebbia ovunque. Meteo che cambia in continuazione. Verso il terzo o quarto giorno la strada mi porta verso Seyðisfjörður.
Quel giorno guido per circa cinquecento chilometri. Piove senza sosta. La visibilità è pessima. La parte ansiosa del mio cervello è particolarmente attiva. E poi faccio un errore. Mi fido ciecamente di Google Maps. Il problema è che Google mostra il percorso più breve.
Ma più breve non significa necessariamente migliore. Io volevo restare sulla Ring Road.
Ma quel giorno Google decide di mandarmi su una F-road.
La F sta per fjallvegur, cioè strada di montagna.
Strade sterrate degli altopiani islandesi, aperte solo d’estate e percorribili legalmente soltanto con veicoli 4×4.
Io avevo una piccola Kia.
A un certo punto sto seguendo un enorme camper. Di quelli in cui puoi vivere per settimane.
All’improvviso il conducente si accosta e mi lascia passare.
Lui si arrende.
Io no.
Ormai non torno indietro.
E lì comincia tutto.
Ma chi me l’ha fatto fare. Potevo essere a casa. Sul divano. Con Netflix. Nel mio appartamento al quinto piano senza ascensore. Maledico me stessa.
Maledico la fisica nucleare.
Chiamo Dio.
Piango.
Perché non ho ascoltato mia madre.
Se muoio qui sarò pure una spesa per loro.
Come mi riportano a casa dall’Islanda?
Sempre ammesso che mi trovino.
E poi, un secondo dopo:
Va tutto bene.
Ho l’assicurazione viaggio.
Lavoro nelle assicurazioni.
So di essere coperta.
Qualcuno risolverà la questione.
Come vedete, vivere nella mia testa non è sempre semplicissimo.
Ogni volta che pensavo:
questa deve essere l’ultima salita.
Ne arrivava un’altra.
E così per quasi un’ora.
Poi, all’improvviso, raggiungo la cima dell’ultima collina.
E tutto cambia. Sole. Verde. Silenzio. Calma.
Come se fossi entrata in un’altra dimensione.
Fermo la macchina.
Scendo.
Mi viene quasi voglia di inginocchiarmi e baciare l’asfalto.
Ma mi trattengo.
Resto lì.
A respirare.
Pensando:
ok.
È fatta.
Il peggio è passato.
Naturalmente mi sbagliavo. Ma i dettagli li risparmio per un’altra volta. La cosa importante è che sto scrivendo questo testo. Quindi sono sopravvissuta.
E la mia mamma?
Beh.
Le mamme restano mamme.
La mia continua a considerare i viaggi in solitaria una via di mezzo tra irresponsabilità e lieve attività criminale.
Io continuo a mentirle ogni tanto.
Però meno di prima.
P.S.
Meno male che mia madre non parla inglese.
Altrimenti questa storia non vedrebbe mai la luce.
Forse capisci di cosa parlo.
Se sì, puoi restare.